''Mi piace il nostro stile di gioco, la nostra mentalità'', Cameron Reynolds è il protagonista della copertina di Bskt, il prodotto editoriale di Aquila Basket
E' arrivato a Trento nell'estate 2021 e Reynolds è il protagonista del numero di febbraio di Bskt, il prodotto editoriale di Aquila Basket per raccontare il mondo dei bianconeri. "Sapevo che qui avrei trovato ottime squadre e ottimi giocatori, e sistemi di gioco di alto livello. Lo stile di gioco lo avevo 'assaggiato' nei match internazionali che ho giocato con il Team Usa nelle finestre Fiba di qualificazione"

TRENTO. "Mi piace il nostro stile di gioco, la nostra mentalità". Così Cameron Reynolds, tiratore statunitense in forza all'Aquila Basket. "Siamo un gruppo giovane ma con tanta voglia di fare, di lavorare, di crescere".
E' arrivato a Trento nell'estate 2021 e Reynolds è il protagonista del numero di febbraio di Bskt, il prodotto editoriale di Aquila Basket per raccontare il mondo dei bianconeri. "Sapevo che qui avrei trovato ottime squadre e ottimi giocatori, e sistemi di gioco di alto livello. Lo stile di gioco lo avevo 'assaggiato' nei match internazionali che ho giocato con il Team Usa nelle finestre Fiba di qualificazione".
Prodotto di TUlane University dove ha giocato dal 2013 al 2018, nel suo anno da senior ha segnato 15,1 punti di media. Poi il passaggio in Nba e in tre stagioni ha giocato 24 partite della massima lega mondiale con le maglie di Minnesota Timberwolves, San Antonio Spurs e Houston Rockets.
Dal 2018 al 2021 ha disputato oltre 90 partite di G-League: nelle 14 dell'ultima stagione con gli Austin Spurs ha prodotto 16,1 punti, 4,6 rimbalzi e 1,4 assist tirando con il 34% da tre. E' alla prima stagione in Europa e durante l'estate si è allenato con il Team Usa in preparazione alle Olimpiadi di Tokyo, e ha segnato 5 punti in amichevole contro l'Argentina.
"Come posto in cui vivere non posso certo lamentarmi quest’anno: ogni mattina mi sveglio con la vista delle splendide montagne attorno alla città, da dove vengo io non ci sono montagne, è tutta pianura".
L’elegante solidità di Cameron Reynolds è uno dei segreti della stagione della Dolomiti Energia Trentino. Il mancino tiratore originario del Texas sta vivendo un’annata da rookie in Europa di altissimo livello, figlia di una mentalità guerriera che ben si accompagna al We Die Hard bianconero: le qualità balistiche e la continuità realizzativa hanno immediatamente fatto di Cam uno dei leader tecnici della squadra.
Come sta andando la tua prima stagione in Italia e in Europa?
Beh, credo di poter essere soddisfatto di questa prima metà di stagione. Specialmente in campionato stiamo andando bene, abbiamo avuto un avvio molto solido in termini di prestazioni e di risultati. Dispiace un po’ che non siamo riusciti ad avere gli stessi esiti in EuroCup, ma lotteremo fino alla fine della stagione per invertire la rotta anche lì e provare a prenderci un posto per i playoff. Sappiamo che è complicato, ma lotteremo una partita alla volta.
Che difficoltà emergono in EuroCup?
È un po’ strano per i tifosi assistere a questa differenza di rendimento. In parte è legato ai differenti stili di pallacanestro da Paese a Paese: alcune squadre hanno più fisicità e ritmo, altre più stazza e gioco a metà campo, altre ancora hanno grandi tiratori dall’arco. Forse non siamo riusciti ad adattarci al meglio partita dopo partita. Il problema in coppa poi è che le partite nella regular season non sono molte, non c’è tanto spazio per recuperare terreno in classifica: ogni match ha un grande peso specifico, tutti devono vincere, e il livello è altissimo.
Ti ha sorpreso il livello delle competizioni europee?
No, assolutamente. Me lo aspettavo. Sapevo che qui avrei trovato ottime squadre e ottimi giocatori, e sistemi di gioco di alto livello. Lo stile di gioco lo avevo “assaggiato” nei match internazionali che ho giocato con il Team USA nelle finestre FIBA di qualificazione, in più ho potuto confrontarmi con mio fratello che ha giocato in Europa così come altri amici e colleghi giocatori. Avevo quindi un’idea di cosa aspettarmi, vivere poi la realtà sulla propria pelle è un altro discorso: ho dovuto e mi sto ancora adattando, a livello tecnico-tattico e anche come vita fuori dal campo.
La differenza “tecnica” più evidente?
Nelle ultime stagioni ho giocato soprattutto in G-League, e lì gli spazi in campo sono molto diversi. Non solo per le dimensioni effettive del parquet, ma perché si gioca a ritmi e spaziature degli uomini in campo molto differenti: quando batti un avversario in uno contro uno in G-League, lo superi e arrivi al ferro a segnare un layup o a schiacciare. In Italia invece quando superi un avversario tra te e il canestro spunta sempre un suo compagno, o a volte anche due, che ti fronteggia. Devi essere sempre sotto controllo, sempre pronto a pensare a una contromossa in pochi istanti. Mi ricorda un po’ il modo di giocare che si ha al college, ma qui sono tutti giocatori professionisti, forti, intelligenti.
Altra differenza piuttosto evidente, le differenti interpretazioni arbitrali sui contatti e sulle dinamiche di gioco: sei andato spesso in problemi di falli quest’anno.
Sì, è vero. Non è facile. Fa parte del graduale adattamento ad una nuova situazione, immagino. Ogni volta mi sembra impossibile che i miei avversari riescano a farla franca mentre a me ogni volta che faccio le stesse cose venga fischiato un fallo. A volte è un po’ frustrante, ma so che devo continuare a lavorare per essere più intelligente e sotto controllo per non mettere in difficoltà la squadra. Usando meno le mani nel prendere contatto con gli attaccanti, e provando a crescere di aggressività nel corso della partita.
Di Trento come città e club invece cosa ne pensi?
Come posto in cui vivere non posso certo lamentarmi quest’anno: ogni mattina mi sveglio con la vista delle splendide montagne attorno alla città, da dove vengo io non ci sono montagne, è tutta pianura. Ogni volta che prendo la macchina e vado verso il palazzetto per allenarmi o giocare mi godo la natura intorno e i paesaggi. La città è piccola, mi piace, molto tranquilla. Non sono uno che ha bisogno di molto per stare bene in un posto. E l’organizzazione del club è eccellente, sia dal punto di vista del basket che del mondo in cui le persone della società ti seguono e ti aiutano in tutto. Ti fanno sentire una persona, oltre che un giocatore di basket, non so se rende l’idea.
Cosa ti piace così particolarmente?
Intanto aiuta il fatto che tutti nel club parlino un buon inglese. Abbastanza da non avere una barriera linguistica. Posso spendere tempo con i miei compagni di squadra anche fuori dal campo, fare l’intervista per il podcast del club. Poi c’è sempre grande entusiasmo e disponibilità, tutti sorridono e hanno voglia di fare. Ma d’altronde me lo aveva detto anche il mio caro amico Luke Maye, che qui a Trento mi sarei trovato bene. Il buon vecchio Luke Maye. È la prima persona con cui ho parlato quando c’è stata la possibilità concreta di firmare con Trento, e ha speso solo bellissime parole per il posto. Mi sono fidato perché caratterialmente ci assomigliamo, siamo due tipi tranquilli che vogliono potersi concentrare sulla pallacanestro.
Con coach Molin invece che rapporto c’è?
Coach Lele è un allenatore e un uomo di sport di alto livello, di sostanza. Quest’anno abbiamo passato tanti momenti difficili e particolari, ma non è uno che si fa prendere dallo sconforto o che cambia i suoi piani a seconda delle emergenze. Trasmette sempre il fatto che non è per un errore che finirai in panchina, che devi giocare leggero ma con grande senso di responsabilità. Da me vuole che sia aggressivo, che giochi la mia pallacanestro, che interpreti al meglio il mio ruolo. Ogni giorno si lavora per salire uno scalino in più, per essere un po’ migliori. E la nostra identità forte di squadra è anche merito suo.
Un’identità che ti piace, da giocatore?
Assolutamente sì. Mi piace il nostro stile di gioco, la nostra mentalità. Siamo un gruppo giovane ma con tanta voglia di fare, di lavorare, di crescere. E in campo non ci diamo davvero mai per vinti. Non è un caso che quest’anno abbiamo vinto tante volte in rimonta, o nei finali punto
a punto. C’è grande fame di vittorie e ci sono le idee chiare su come ottenerle, quelle vittorie.
Visto che siamo sul numero “olimpico” della rivista, facciamo un salto con te alle ultime Olimpiadi, stavolta estive, a Tokyo. C’eri anche tu, e fa un certo effetto anche solo dirlo.
È stata un’esperienza davvero particolare e bellissima. In estate ho avuto la possibilità di fare parte del gruppo di allenamento del Team USA, la nazionale statunitense. Abbiamo giocato alcune amichevoli in cui sono anche sceso in campo, io e altri ragazzi eravamo tutti i giorni in palestra ad allenarci con Kevin Durant, Damian Lillard e altri enormi campioni NBA. Poi a un certo punto un po’ a sorpresa è venuta fuori la richiesta di seguire il Team USA in Giappone sempre per dare manforte negli allenamenti e per avere più giocatori disponibili visto anche il periodo di pandemia e il fatto che alcuni giocatori fino all’ultimo sarebbero stati impegnati nelle finali NBA. Così mi sono ritrovato a Tokyo a vivere le “mie” Olimpiadi con il Team USA, giocando a carte con Durant o facendo quattro chiacchiere con Draymond Green. È stato davvero “cool”.
Che effetto fa vivere e allenarsi con i migliori giocatori al mondo?
Ho notato due cose in particolare. Il primo come sia facile e arricchente avere interazioni con questi ragazzi, creare un gruppo fuori dal campo in vista di un appuntamento così importante come le Olimpiadi. L’altro aspetto che mi ha colpito molto invece è stata la cura del dettaglio e il maniacale rispetto per i fondamentali del gioco che hanno questi atleti al top nel mondo: nelle piccole cose, nello spezzare il polso sul rilascio, nel tenere in alto il braccio dopo l’esecuzione del tiro, nella routine di palleggi e ball handling. Ogni secondo e ogni minuto dell’allenamento è gestito con la massima disciplina e intensità. Questo riguarda anche il lato fisico e atletico, c’è una cura del corpo davvero impeccabile.
Il tuo obiettivo è tornare a giocare con quel tipo di atleti tutti i giorni, in NBA?
L’NBA è l’obiettivo di qualunque giocatore nel mondo, credo. Il mio percorso nella pallacanestro è ancora all’inizio, voglio essere concentrato sul presente e vivere al meglio questa avventura a Trento. Poi chi lo sa? Ci sono tantissime incognite e non voglio perdere energie mentali a costruire potenziali scenari futuri troppo presto.
Pensi che la NBA stia diventando più interessata ed attenta a chi mette in luce buone qualità in Europa?
Sì, nelle ultime due o tre stagioni il trend sembra quello. Si cercano talenti e caratteristiche anche in giocatori fuori dalla G-League e dalla NBA stessa, penso ai Denver Nuggets che hanno firmato Facundo Campazzo o a Daulton Hommes che dopo un anno a Cremona ora gioca per i New Orleans Pelicans. E ci sarebbero molti altri esempi.












